Carlo Mischiatti

La consapevolezza. Ecco cosa stupisce nelle parole di Carlo col microfono in mano, alla Camera dei Deputati, davanti a tanti parlamentari chiamati a raccolta per la Giornata internazionale delle persone con disabilità. La capacità di tenere il suo mondo in mano e padroneggiarlo, come fosse la palla a spicchi che tanto ama e che lo porterà a Berlino, nella squadra azzurra di basket unificato che parteciperà ai prossimi Giochi Mondiali nel giugno 2023.

“La disabilità è un concetto strano. Non dico che sia scomparsa, ma che si stia schiarendo. Prima era di un nero scurissimo. Ora la società ha compreso che ognuno può diventare una colonna portante. Anche noi Atleti abbiamo qualcosa da insegnare e nei nostri confronti c’è più fiducia. Questo adesso è il mondo, è così che gira”.

Carlo è un ragazzo torinese di diciannove anni. Ha una spiccata personalità, coltiva molti hobby e nel 2019 il presidente Mattarella lo ha nominato Alfiere della Repubblica per i suoi grandi meriti sportivi e umani.  Mamma Rosalba e papà Stefano ripercorrono così la sua storia.

“Carlone come affettuosamente lo chiamiamo per via della sua struttura fisica è nato di 10 mesi – ricordano – Noi genitori lo abbiamo fortemente voluto ma lui è nato quando gli è piaciuto. La sua infanzia è stata tutt’altro che semplice. La diagnosi di autismo è arrivata solo nel 2015, ma la sua spiccata personalità ci ha sempre dato conforto nei momenti bui con cui a lungo abbiamo convissuto. Carlone ha iniziato a parlare a sei anni, a leggere a dodici anni, a scrivere a quattordici anni. Sempre avanti, a piccoli passi, rispettando i suoi tempi di apprendimento”.

Guardandosi indietro c’è stupore per i risultati ottenuti sul piano scolastico e personale. Ma…

“Ci sono stati anche momenti in cui Carlo ha subito emarginazione e discriminazione. Comunque non ci siamo mai scoraggiati: bisognava guardare avanti. La scuola ha rappresentato cultura, coraggio, curiosità e voglia di imparare. Ci sono state difficoltà per via di una legge della Regione Piemonte che non gli permetteva di frequentare un Istituto Professionale. Grazie ad una dispensa e alla lungimiranza dell’Istituto San Carlo di Torino, Carlo oggi è un abile falegname ed il primo ragazzo con sindrome ad avere il diploma professionale di Tecnico del legno”.

La scoperta dello sport e di Special Olympics per Carlone è stato un fulmine a ciel sereno.

“Anzitutto ha conosciuto nell’Associazione Pandha di Torino altri Atleti – confermano i suoi genitori – Questo crediamo sia stato importante, per lui, convinto di essere una pecora nera tra le tante bianche. Poi lo sport unificato gli ha donato stima, rispetto, amicizia, autonomia e voglia di guardare al futuro. La vita di Carlone è cambiata in meglio grazie allo sport. Ha avuto esperienze positive anche col bowling e con le racchette da neve, portando la fiaccola in una recente edizione dei giochi invernali. È importante anche il supporto di suo fratello Marco, con cui condivide l’amore per la pallacanestro. È anche grazie a lui che ha sviluppato una grande capacità di mettersi al servizio degli altri, come un vero volontario capace di leggere i bisogni e le situazioni che si possono verificare nel gruppo”.

Non a caso, Carlo Mischiatti sta portando avanti con successo anche il percorso da Atleta Leader. Torniamo infatti alla sua consapevolezza.

“Siamo portati a guardare alla disabilità come a un difetto – spiega Carlo – ma credo sia sbagliato. Per la mia è come se avessi un interruttore che mi aiuta a spegnerla. Lo sport me l’ha fatto capire: quello che succede sul campo di basket, quando c’è frustrazione e tu riesci a dominarla perché la conosci, quando c’è tensione per il risultato e la bravura degli avversari, e tu sai essere freddo. Quello che mi aiuta è il far parte di una squadra. Io devo aiutare la mia squadra. Per i miei compagni mi butto per conquistare un pallone, anche se da piccolo la palla mi faceva paura e mi scansavo, se qualcuno me la lanciava. Io devo fare a sportellate per prendere un rimbalzo, pure se fino a qualche anno fa evitavo ogni contatto fisico. Per la mia squadra lo faccio, per essere un buon esempio. Il basket ti insegna queste cose. Ti insegna a non essere nervoso, a filtrare tante sensazioni legate al campo, alla voce del tuo tecnico, al pubblico, ai rumori della palestra. Mi sento un uomo, grazie al basket”.

Al lavoro è un po’ la stessa cosa.
“Sì, anche in falegnameria c’è pressione, rumore, fretta di finire un mobile. Io mi metto lì e mi rimbocco le maniche. Se c’è da lavorare una o due ore in più per finire, mi fermo. Le aziende per cui ho lavorato in alcuni stage mi hanno fatto i complimenti. Bisogna mettercela tutta come sul campo di basket”.

La convocazione per Berlino è arrivata con una telefonata inaspettata. Carlo la racconta così…
“Stavo al campetto, cercavo di migliorare il mio gioco. Mi hanno detto che sarei stato nella squadra azzurra ai mondiali e lì o capito che non ero solo un buon giocatore, ma avevo la capacità di fare squadra. Ho capito che posso dare qualcosa all’Italia. Allora non so bene cosa mi è successo: so che ho riso e pianto e ho abbracciato tutti quanti. Sarà che ho ripensato a quello che mi hanno sempre detto mamma e papà. Cioè che sarei arrivato da qualche parte, per essere ricordato. Se c’è qualcuno a cui mi ispiro? Muhammad  Ali, perché quando diceva che non conta quanto colpisci forte ma con quanta forza ti rialzi. E io mi sono sempre rialzato: magari un po’ dolorante, ma mi sono rialzato”.

Per tutta la famiglia un orgoglio sconfinato.
“Tutti gli obiettivi che ci eravamo prefissati, Carlo li ha raggiunti – concludono  Stefano e Rosalba –  ora l’obiettivo per lui è quello di contribuire a rendere bellissima l’esperienza mondiale per la squadra azzurra. E a chi si trova a dover crescere un figlio speciale sentiamo di dire che non esistono figli di serie A o figli di serie B. Esistono figli che noi genitori abbiamo fortemente voluto. Non bisogna scoraggiarsi. Non bisogna ascoltare i giudizi brutti di chi non comprende. Tenetevi per mano e sorridete alla vita. Forse non tutti riusciranno nell’intento. ma è nostro dovere di genitori, provarci fino alla fine”.

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