GABRIELE E’ UN ESEMPIO PER CHI ANCORA NON CREDE NEL VALORE DELLE OPPORTUNITA’

Oggi, per esempio, è un Atleta azzurro ai Giochi Mondiali di Abu Dhabi

 

 

Gabriele, un sorriso che ti ruba il cuore
Gabriele ha 24 anni, è un ragazzo solare, ha la battuta sempre pronta ed un sorriso che ti ruba il cuore – racconta la mamma Anna Rita –  Ha molti interessi a cui si dedica con la passione che lo contraddistingue.

Adora la musica, fino allo scorso anno seguiva un corso di batteria che ha dovuto interrompere per mancanza di tempo, ma ha continuato a ballare Hip Hop che è una delle sue ragioni di vita. Lo segue un maestro molto bravo, Mirko, che lo ha contagiato con la sua grande passione. Per un periodo ha frequentato, insieme alla sua ragazza un corso di tango e balli latino-americani, anche quello per il momento in standby ma non archiviato. Adora il teatro da sempre, e sono 3 anni che da spettatore è diventato protagonista, frequenta infatti un corso di teatro che dà, sia a lui che a noi, grandi soddisfazioni. Poi c’è lo sport. Il nuoto che ama in modo particolare, il calcetto e il bowling che gli riempiono i pomeriggi, la mattina no, perché quella è già impegnata con il lavoro.  Già, perché lui lavora con un contratto part time a tempo indeterminato in una grande catena di fast-food.

La sua passione più grande però è Alice, la sua ragazza. Sono 3 anni che stanno insieme. Si sono conosciuti e fidanzati durante una fantastica esperienza di lavoro e TV che hanno vissuto insieme in Sardegna.  Erano li per una docu-fiction andata poi in onda su RAI 3, in cui affrontavano, seguiti dalle telecamere, esperienze lavorative diverse per ognuno dei sei ragazzi presenti. Nella bellissima cornice di un Hotel a 5 stelle ognuno di loro ha imparato un mestiere. Gabriele era il barman a bordo piscina e Alice era addetta alla SPA. Porta una caraffa di tisana oggi, una domani hanno finito per innamorarsi e la loro storia va avanti ancora, fra lunghissime telefonate serali e domeniche passate insieme.

L’inizio
Quando Gabriele è nato non sapevamo che avesse la Sindrome di Down, ma l’unico momento di vero sconforto che ricordo è la mancata comunicazione della diagnosi da parte di chi avrebbe dovuto informarci. Ho dovuto costringere il primario a parlare con me per avere la notizia, che però già conoscevo, perché mi era bastato uno sguardo per capire, ma era talmente bello che quello sguardo si è subito riempito d’Amore. Per il papà è stato lo stesso, un colpo di fulmine. “Quando abbracci un figlio abbracci l’Amore. Che abbia gli occhi a mandorla o meno non ha nessuna importanza”, questa è la risposta che mi venne spontanea durante un’intervista per quella docu-fiction cui Gabriele ha preso parte. Questo in effetti è quello che ho sentito da subito bypassando serenamente qualsiasi problema di accettazione che purtroppo, invece, per molte famiglie è un ostacolo che si frappone fra loro e il loro bimbo.

Naturalmente sapevamo che non sarebbe stata una passeggiata, ma la nostra famiglia unita avrebbe superato ogni ostacolo, ne eravamo certi. L’idea di base era quella di trattarlo esattamente come avevamo fatto con Simone, suo fratello, senza sconti di nessun genere, senza trattamenti di favore, ma seguendolo costantemente e intensamente in ogni sua attività perché potesse accrescere in modo naturale le sue capacità. Il fratello è stato sicuramente di grande aiuto in questo, ma anche tutta la nostra famiglia ha dato il suo ampio contributo. Ogni giorno, ogni ora, ogni momento della giornata erano occasioni per offrirgli un potenziale insegnamento, dai nomi di ogni cosa che vedeva alle azioni che compivamo, spiegandogliele fin da piccolissimo, perché siamo sempre stati convinti che avrebbe assimilato di più avendo un numero di informazioni maggiori. In effetti i buoni risultati ottenuti ci hanno dato ragione.

La sua infanzia è stata molto serena, a parte alcuni problemi di salute, che ogni tanto ci facevano correre in ospedale, per il resto tutto era molto simile a quello che era già avvenuto con il fratello. Anche i tempi per le varie conquiste non erano poi, in fondo, così diversi da quelli degli altri bambini.

Certo non è stato tutto semplice, ma le difficoltà le abbiamo sempre affrontate utilizzando una formula speciale fatta di determinazione, impegno, un pizzico di coraggio e tanta voglia di dargli il massimo. Le gioie e la gratificazione per ogni suo piccolo successo erano uno stimolo enorme a proseguire sulla strada che avevamo intrapreso.

Il mondo fuori è la vera difficoltà
Le uniche difficoltà vere – prosegue la mamma- non erano i problemi legati alla Sindrome di Down, il vero handicap erano gli ostacoli esterni, ad iniziare dalla burocrazia che ci costringeva spesso ad inutili trafile. Grandi ostacoli erano poi legati alle richieste, per quanto previsto dalla nostra legge in relazione alla scuola. Il sostegno e l’assistenza te li dovevi sudare nonostante fossero dovuti. Spesso era necessario arrivare a fare causa al Ministero per ottenere ciò che la legge descriveva come un diritto.

Se non ci fosse stata a guidarci un’enorme determinazione ci saremmo sicuramente arresi, perché a volte sembra di combattere contro i mulini a vento quando ti incontri con chi considera la disabilità un peso piuttosto che una ricchezza. Per questo, forse, non avevamo aspettative particolari, vivevamo alla giornata facendo però ogni giorno del nostro meglio perché nostro figlio potesse raggiungere il massimo delle sue possibilità. Se aveva delle passioni particolari cercavamo di coltivarle perché eravamo convinti che maggiori fossero gli stimoli, maggiori sarebbero state le possibilità di crescita.

La scuola del primo ciclo fu per lui una scoperta fantastica, materna ed elementari furono una gran bella esperienza. Insegnanti in gamba con cui fu possibile una grande collaborazione che gli permisero di arrivare agli stessi risultati dei compagni di classe. Ottima prospettiva per il futuro.

Anche le medie, tutto sommato non andarono malissimo, alcuni insegnanti, fra cui quello di sostegno, si erano impegnati molto per proseguire sulla strada del primo ciclo, cioè fargli seguire lo stesso programma della classe. Altri purtroppo erano molto prevenuti verso la disabilità di tipo intellettivo e non credevano molto nelle sue possibilità, o forse era più semplice far finta di non crederci. Prendemmo noi il loro posto, sostituendoli a casa e a fine ciclo i risultati furono talmente buoni da far richiedere dalla sua insegnante di sostegno ed al coordinatore del sostegno della scuola superiore che aveva scelto, di proseguire sulla stessa strada.

Non andò così però. Almeno all’inizio. Nei primi due mesi tornavano a casa con lui quaderni vuoti e libri non utilizzati. La scusa ufficiale era che ancora mancavano gli insegnanti, al chiarimento, quando fu finalmente possibile parlare con i professori, fu evidente che, come tutti gli altri studenti disabili, sarebbe stato li a scaldare il banco. Ricordo ancora quella domanda – Cosa pretendete da vostro figlio? – detta in tono di rimprovero, fu chiarificatrice.

Noi però da nostro figlio non pretendevamo assolutamente nulla di più di quello che poteva fare, ma da loro si. Da loro pretendevamo che lavorassero con lui come con gli altri studenti e pretendevamo che ci lavorassero tutti, non solo l’insegnante di sostegno come di solito accadeva. Fummo molto incisivi in questa richiesta e alla risposta che in questo modo il ragazzo rischiava “anche” la bocciatura rispondemmo che per noi non era un problema, magari lo sarebbe stato per loro, che avrebbero dovuto impegnarsi per un anno in più visto che noi eravamo determinati ad un confronto e ad una verifica continua dei risultati ottenuti.

Fu così che, con molto dissenso, si iniziò a lavorare come avevamo sempre fatto. Molto toccò a noi ovviamente, tranne l’ultimo anno, in cui una fantastica insegnante di sostegno si fece carico di una grande mole di lavoro, diminuendo, di parecchio, il nostro.

I risultati furono ottimi. Un diploma a titolo legale con un voto molto più alto degli obiettivi minimi prefissati. 80/100 invece che il classico 60/80 che gli avrebbe permesso anche l’accesso a tutte le facoltà universitarie. Ma lui dopo la grande soddisfazione e la grande fatica del diploma decise che avrebbe preferito trovare un buon lavoro. Così fu.

La cosa peggiore che accadde alle superiori non fu lo scontro iniziale con gli insegnanti, ma la non accettazione, da parte dei compagni di scuola, della presenza di un ragazzo con la Sindrome di Down in classe.  Gli insegnanti ci dicevano, e forse ne erano convinti, che fosse molto ben integrato nella classe, ma non era così. Aveva chiesto il numero di telefono a tutti i suoi compagni, per poterli chiamare in caso di necessità, magari per farsi dare i compiti. In 5 anni l’unico che gli diedero era sbagliato. Per fortuna aveva amici fuori della sua classe.

Non parlò mai di questa cosa con noi tranne l’ultimo anno. Per la gita di 5 giorni a Barcellona mancava una sola persona per ottenere la certezza di partire ed è li che cominciarono a “fargli la corte” proponendogli  in molti di andare. Lui mantenne la sua risposta fissa sul no e noi non la capivamo questa cosa, visto che adorava viaggiare.

Poi ce lo disse – sono 5 anni che mi ignorano, non mi hanno mai dato neanche un numero di telefono, e ora che gli servo mi cercano. Non ci vanno a Barcellona: la classe non partì. Una piccola soddisfazione che non lo avrebbe però mai ripagato di quel senso di rifiuto che si era sentito addosso per anni, ma per fortuna c’era lo sport, c’era Special Olympics.

Lo sport che include
Non ci arrivammo subito alle attività sportive. Ci rendemmo conto di aver trascurato questo aspetto alla fine delle elementari. Nella festa in piscina della classe era l’unico che portava i braccioli nonostante amasse molto l’acqua.

Decidemmo che a settembre avrebbe iniziato un corso di nuoto. Fu inserito in un gruppo di bambini un po’più piccoli, ma imparò prestissimo e brevetto dopo brevetto arrivò in fretta a nuotare con i suoi coetanei.

Passò qualche anno e il nuoto ora era per lui qualcosa di fondamentale. Stava in acqua per divertimento e per passione e non avrebbe più potuto farne a meno. Nel frattempo un caro amico ci aveva invitato ad una manifestazione di Special Olympics. Ci aveva già invitato in un’altra occasione, ma avevamo detto di no. C’era una specie di rifiuto inconscio verso un’attività che credevamo dedicata solo a persone con disabilità. Non potevamo neanche immaginare che Special Olympics era molto, molto di più e che a breve sarebbe diventata la nostra seconda famiglia.

La Convention di Fiuggi fu illuminante. Gabriele fu entusiasta della compagnia degli altri atleti e delle decine di volontari, giovani come lui, passarono insieme tutto il pomeriggio in una serie lunga e divertente di attività.  Noi ci trovammo immersi in un mondo fatto si di sport, ma soprattutto di amicizia, di solidarietà, di entusiasmo e di inclusione. Ci sentimmo subito a casa nostra.

Quella casa non l’abbiamo mai più lasciata. Gabriele ha iniziato a fare gare di nuoto con il team Special Olympics “Liberi di fare Sport – Tivoli” ed ogni gara che faceva era qualcosa di molto importante perché non era solo la gara, era tutto ciò che girava intorno all’evento che lo affascinava e che ci affascinava. L’incontro con vecchi e nuovi amici. Lo scambio continuo con i volontari, le attività collaterali. Le serate insieme, la musica, il ballo e la voglia di vincere che però non era mai voglia di essere “migliore” dei suoi amici, perché in vasca con lui ora c’erano veri amici. Erano sempre gare alla pari e, gara dopo gara, crescevano abilità ed autostima.

Gabriele è stato sempre un ragazzo sicuro di sé, ma attraverso lo sport, le sue regole, i sacrifici a volte necessari è cresciuto molto. E’ diventato un uomo. Maturo ed affidabile. Gentile, premuroso e molto educato. Il nuoto però sembrava poco per la sua instancabile voglia di fare e così ha iniziato a cimentarsi anche in altri sport come il bowling e il calcetto, che uniti alle altre attività extrasportive, gli riempivano le giornate.

I Giochi Mondiali di Abu Dhabi
La convocazione ai Giochi Mondiali ha suscitato in Gabriele una fortissima emozione, è molto legato a Special Olympics e questa opportunità lo riempie di orgoglio, anche se è schivo e non ne parla molto neanche con gli amici. E’ una cosa che sente sua, che ha interiorizzato senza avere la necessità di raccontarla ai 4 venti. Senza farsi pubblicità perché per lui le cose serie non hanno bisogno di essere raccontate prima. Si fanno, possibilmente al meglio, e si è felici. Per lui è un traguardo enorme, una soddisfazione ed un onore.

Anche per noi le sensazioni sono simili. La partecipazione di Gabriele ai Giochi Mondiali di Abu Dhabi è una grande gioia, una soddisfazione enorme, ma non riusciamo ad essere sempre silenziosi come lui, specie quando ci troviamo davanti persone che dubitano delle sue capacità. A queste utilme persone viene proprio spontaneo dirlo, assumendo magari un tono solenne per poi sorridere insieme, dopo, al ricordo delle loro facce esterrefatte.

Non abbiamo mai dubitato delle capacità e possibilità di nostro figlio, o di quelle di altri atleti con disabilità intellettiva. I nostri ragazzi sono come scrigni che all’interno custodiscono un tesoro prezioso. Ognuno di loro ha delle doti che spesso sono chiuse lì dentro. Sta a chi gli sta intorno metterlo nelle condizioni di tirarle fuori, ma la possibilità e la capacità di utilizzare quella chiave non è data a tutti purtroppo e questo non dipende dai ragazzi, ma alla sensibilità delle persone che dovrebbero aiutarli.

Lo sport è un mezzo fantastico per aprire questi scrigni. Una sorta di passepartout che, se affidato a tecnici qualificati, permette di aprire anche quelli più serrati. Ho visto realizzare veri e propri miracoli in vasca in questi anni e ci sono persone che, per questo, non smetterò mai di stimare.

In questi ultimi anni ho un motivo in più per gioire. Lo sport unificato. E’ caduto così l’ultimo, sottilissimo velo che al primo invito mi fece rispondere di no. Toglie il fiato vedere sullo stesso campo, in un’unica squadra, ragazzi con e senza disabilità e toglie il fiato soprattutto il fatto di non saperli riconoscere mentre giocano. Cosa c’è di più bello ed inclusivo? E’ un sogno che si sta realizzando.

A proposito di sogni, credo che con questa convocazione uno dei sogni più belli di Gabriele si sia realizzato. Dopo il diploma, il lavoro, la fidanzata è arrivato il sogno mondiale che è stato oltre che fantastico di per se, anche di splendido auspicio. Gli ha infatti portato fortuna, visto che, immediatamente dopo la lettera, è arrivata la notizia del coronamento di un altro  incredibile sogno, quello della sua partecipazione ad una importante fiction televisiva. Se è vero che non c’è due senza tre potrebbe arrivare anche il matrimonio. Magari per quello passerà un po’ di tempo ancora, ma fra qualche anno la terna si potrebbe  realizzare.

E noi genitori cosa desideriamo? Potrebbe sembrare retorico, ma il desiderio è che sempre più ragazzi come Gabriele abbiano la possibilità di realizzare sempre tutti i loro sogni. Desideriamo un mondo più inclusivo e siamo convinti che lo sport sia un grandissimo mezzo d’inclusione e che Special Olympics sia la miniera da cui attingere. La dimostrazione di quanto crediamo in questa splendida realtà è il fatto di aver preso in carico il Team in cui ha iniziato a fare sport Gabriele. Ora con “Liberi di fare Sport – Tivoli” abbiamo 40 ragazzi che si dedicano attivamente al nuoto, al calcio, alle bocce, al bowling, all’atletica e se riusciamo presto anche alla pallacanestro e al rugby. Siamo un po’ “pazzi”, ma vale la pena se non altro per gli splendidi sorrisi che ci regalano i nostri atleti.

Cosa sogniamo invece per nostro figlio, anzi per i nostri figli? Sogniamo di vedere realizzati i loro sogni e i loro desideri, vederli felici ci da una gioia, una serenità e una carica che ci mantiene attivi, vitali e ci fa fare di tutto e di più per loro. Qualche amico in modo bonario ci dice – Ma voi siete matti, ma dove la trovate tutta questa voglia? –

La troviamo in loro, solo in loro, e siamo felici di essere presi per pazzi se esserlo significa non smettere di sognare, perchè ogni cosa bella accaduta nasce dai sogni di chi sa guardare oltre.