Dalla solitudine alla piena condivisione: il lungo viaggio di Anton

 

Anton Lleshi, 22 anni, nasce a Pukë in Albania: “Eravamo – ricorda Anton – isolati in una zona di montagna dove c’erano solo tre vecchie case. Accanto alla nostra c’era quella dei nonni, poco distante quella di alcuni loro amici. Poi nulla più.”

Anton era in preda alla solitudine di quei primi anni di vita, senza coetanei con cui giocare, senza la possibilità, a causa di difficoltà economiche e logistiche, di frequentare la scuola: “Le poche volte che uscivamo sembrava di affrontare un lungo viaggio immerso nella natura, per ritornare a casa ci mettevamo una vita”. Dopo una breve parentesi a Tirana, la famiglia di Anton prende una decisione importante, quella di inseguire un sogno in grado di cambiare la sua vita: decide di trasferirsi, nel 2001, in Italia: “Cercavamo semplicemente una vita migliore, così, non con poche difficoltà, raggiungemmo gli zii, i fratelli di mio padre, che si erano trasferiti a La Spezia”.

L’arrivo in Italia

Quando Anton arriva in Liguria ha poco più di 5 anni: “Ricordo quella sensazione tipica di chi si sente catapultato in un mondo totalmente nuovo. Anche le cose più semplici come uscire di casa, ammirare le luci della città ed incontrare la gente per le vie, erano per me esperienze assolutamente straordinarie: bellissime. Poi, non ci crederete, ma non avevo mai visto il mare. La prima volta che me lo sono trovato davanti sono stato ad osservarlo a lungo per vivermi fino in fondo quel gran senso di libertà che mi ha dato”.

L’inserimento scolastico non fu semplice, soprattutto i primi anni, Anton – ricorda la mamma – pur essendo un bambino iperattivo e vivace, aveva forti difficoltà nel relazionarsi agli altri soprattutto per via della lingua. “Crescendo le cose andarono meglio, ci fu un episodio in particolare che segnò in qualche modo una svolta e che non dimenticherò mai: mi capitava spesso di essere preso di mira da un ragazzo in particolare, il classico “bullo” della scuola, attiravo la sua attenzione proprio perchè parlavo una lingua diversa, ero uno straniero e nessuno interveniva mai. Ci fu un giorno, poi,  in cui alcuni miei compagni di classe decisero di intervenire e, con assoluta fermezza e coraggio, presero le mie difese. Per la prima volta mi sono sentito protetto, parte di un gruppo di amici, da quel giorno in poi.

Lo sport

Una caratteristica di Anton è certamente la timidezza. In determinate situazioni, non lo aiuta di certo, quando però entra in confidenza con le persone che gli stanno vicino si apre diventando socievole. In questo senso l’attività sportiva l’ha aiutato tanto: in più ha un’attitudine naturale che gli permette di esprimersi con ottimi risultati in diverse discipline sportive. Ha iniziato a giocare a calcio quando aveva circa 8 anni ed oggi gioca in una squadra che milita in seconda categoria in provincia di La Spezia. Dal calcio al basket, attraverso Special Olympics, disciplina che è diventata una sua grande passione e che nel prossimo marzo lo porterà negli Emirati Arabi per i Giochi Mondiali.

“Ho conosciuto Special Olympics – conclude Anton – quando ero in prima superiore, la nostra insegnante di educazione fisica coinvolse la classe in tornei di pallacanestro. Mi colpì da subito l’opportunità di giocare, per la prima volta, in un contesto dove il risultato non era più l’unico obiettivo, senza alcun tipo di pressione. Lo spirito di squadra, il coinvolgimento, la condivisione, il mettere in campo tutto il meglio di sè, sono queste le cose più importanti in Special Olympics. Ora ho l’opportunità di conoscere tante persone, di fare nuove amicizie, come di vivere con serenità ogni impegno sportivo, compreso quello che aspetto con più emozione. Quando ho saputo che avrei fatto parte della delegazione azzurra per i Giochi Mondiali Special Olympics di Abu Dhabi è stata una grande soddisfazione, rappresentare l’Italia sarà per me un onore, sono tanti anni che vivo qui e mi sento italiano.